Fin dall’inizio di questa emergenza pandemica una sola voce come un coro si è levata unendo realtà molto diverse: la necessità di liquidità.

Si sono trovati accomunati nel medesimo bisogno i professionisti delle partite iva, le grandi imprese internazionali, le PMI del multiforme territorio italiano e gli economisti più esperti.

La risposta a questo grido è stata il decreto Liquidità (D.L. n.23 del 2020), una misura di intervento di 400 miliardi a sostegno dell’economia italiana con la finalità di preservare la continuità produttiva. Ne beneficeranno, con modalità e garanzie differenti, PMI e persone fisiche, imprese entro ed oltre i 500 dipendenti, le aziende in procedura, quelle classificate come crediti “UTP” presenti nei portafogli delle banche.

Tuttavia, siamo sicuri che aumentare il debito delle aziende sia la migliore soluzione?

Risponde Lorena Ponti, professionista esperta di crisi di impresa, tra i fondatori di RevertoConsulting, team di professionisti milanesi che ha deciso di unire le forze per intervenire in soccorso delle aziende nel periodo della pandemia. 

“No, non siamo affatto sicuri si tratti della giusta forma di intervento, soprattutto per le PMI. Non bisogna dimenticare infatti che i fondi stanziati, sebbene ingenti e garantiti, sono comunque una forma di indebitamento per i soggetti che ne faranno ricorso. I tempi di rimborso previsti sono a medio termine e i costi, seppur contenuti, ci saranno sia per le istruttorie sia per le forme di garanzia.

Prima di correre a richiedere liquidità, le aziende dovranno fare bene i conti sulla capacità di rimborso. Occorrerà avere una visione strategica sul futuro, immaginare scenari prudenziali da inserire in nuovi piani di continuità, ricercare ottimizzazioni ed efficientamento, il tutto, ricordiamocelo, in un contesto in cui risulta davvero difficile avere le idee chiare.

Occorrerebbe, invece, dividere questo periodo in due fasi: la crisi attuale e la ripartenza; allo stesso modo, occorrerebbe suddividere le misure di intervento.

Nella crisi servono ingenti interventi di sostegno al reddito. Non prestiti,ma contributi a fondo perduto, soldi da spendere, investimenti nelle imprese in difficoltà, accrediti in conto come già stanno facendo la Svizzera e la Germania.

Alla fase della ripartenza invece si addice più la misura del prestito, dei finanziamenti in genere,poiché in quel momento, si auspica a breve, le aziende saranno in grado di comprendere come è mutato il contesto, i cambiamenti che dovranno apportare al proprio business, la nuova realtà che le attenderà. Solo con la comprensione degli effetti economici della pandemia sarà possibile valutare la sostenibilità dei debiti e quindi scegliere se ricorrere a prestiti o a contributi di vario genere”.

Gli effetti della crisi non sono limitati al conto economico, ma si riverberano inevitabilmente anche nella gestione finanziaria, prosegue Ponti.

“Tantissime imprese, nella maggior parte dei settori, sono state letteralmente sconvolte dalla brusca frenata imposta dalla pandemia. Si stima che nell’immediato i fabbisogni finanziari esterni cumulati possano persino raddoppiare. Bisogna però aver chiaro che la maggior parte di questi, se non la totalità, derivano da un significativo “ingrossamento” del working capital. Infatti il prosciugarsi degli incassi è dovuto sia alle mancate vendite che all’allungamento dei termini di pagamento da parte dei clienti. Il rallentamento dei cicli produttivi accresce anche le scorte di magazzino e, infine, i singoli cercano di scaricare la tensione procrastinando i pagamenti ai fornitori; in un perfetto circolo vizioso. La liquidità manca perchè non circola più.

Nel medio termine le imprese dovranno innanzitutto smaltire le scorte e gestire la capacità produttiva impiantata. Poi saranno chiamate a confrontarsi con il futuro, rivedendo progetti di sviluppo e piani industriali alla luce dei mercati che emergeranno al diradarsi delle nebbie pandemiche. Non è chiaro e non si può prevedere oggi, dunque, il tipo e la dimensione di fabbisogni che emergeranno a supporto degli investimenti in nuova capacità produttiva.

I finanziatori, soprattutto quelli del canale tradizionale bancario, saranno inevitabilmente cauti nell’assistere le imprese in difficoltà sia perché le incertezze circa il futuro sembrano particolarmente pesanti sia per l’assenza di una norma che li tuteli. Per contro, ci sarà spazio per nuove forme tecniche di finanziamento, ad esempio attraverso l’utilizzo del sistema di blockchain piuttosto che di forme partecipative nell’assetto societario”.

Infine, ma non per ultime, le ricadute occupazionali.

“Un altro fronte da presidiare con molta attenzione sarà per le imprese quello della capacità occupazionale: gli ammortizzatori sociali messi in campo con il decreto Cura Italia costituiscono un aiuto importante in questo momento, ma una volta terminata la fase emergenziale bisognerà poter contare solo sulle proprie forze.

Per tornare ad essere competitivi, sarà quindi indispensabile trovare il giusto equilibrio tra il mantenimento della forza lavoro che con il proprio know how costituisce un asset indispensabile e la necessità di flessibilizzare. Padroneggiare gli strumenti giuslavoristici sarà un altro dei fattori competitivi essenziali per ripartire”.