di Simone Corrado e Massimo Castrucci – partner di Reverto Consulting

Le misure restrittive imposte per il contenimento dell’epidemia sanitaria da COVID-19 stanno incidendo su tanti rapporti, e tra questi, anche sui contratti commerciali.

Tale impatto, da un punto di vista strettamente giuridico, potrà comportare un possibile aumento del rischio di “inadempimento contrattuale” da parte di quelle aziende che – in buona fede – hanno assunto particolari obbligazioni commerciali sul territorio nazionale, sulle quali l’epidemia sembrerebbe avere effetti sospensivi se non addirittura estintivi.

In particolare, le imprese coinvolte si domandano se in base ai provvedimenti restrittivi governativi a seguito della pandemia sussistano “impossibilità” e/o “cause di forza maggiore” alle quali fare riferimento per valutare la legittimità o meno degli inadempimenti agli impegni commerciali e che trovano esecuzione sul territorio italiano e conseguentemente escludere responsabilità contrattuali dei singoli contraenti ed il correlato obbligo di risarcimento dei danni che ne deriverebbe.

1. FORZAMAGGIORE

Per quanto riguarda il concetto stesso di “forza maggiore”, è opportuno, subito, precisare che la disciplina generale del contratto contenuta nel codice civile non ne offre una definizione precisa. In generale, con tale espressione si intende una serie di eventi incontrollabili che, al momento della stipulazione dell’accordo, siano anche imprevedibili: ad esempio epidemie, calamità naturali o atti terroristici e di guerra.

Data la possibile indeterminatezza e considerando anche che le diverse legislazioni nazionali non regolano in modo conforme la materia, nell’ambito del commercio internazionale si è diffusa la prassi di inserire all’interno dei contratti di vendita una clausola di c.d. “force majeure”, allo scopo di specificare chiaramente e preventivamente quali siano le ipotesi di forza maggiore.

In particolare, sussiste la forza maggiore in caso di eventi naturali e umani (calamità naturali, terremoti, uragani, sommosse, guerre, scioperi nazionali, incendi, o altro evento comunque imprevedibile) che, per la loro imprevedibilità e straordinarietà, non sono dominabili e quindi sono fuori dal controllo delle parti. La pandemia di COVID-19 può, quindi, configurare un’ipotesi di forza maggiore, con le possibili conseguenze sul piano contrattuale di seguito descritte.

2. IMPOSSIBILITÀ DELLA PRESTAZIONE

L’art. 1256 c.c. regolamenta le ipotesi di impossibilità definitiva e temporanea della prestazione. Esso stabilisce che l’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile. Se invece l’impossibilità è solo temporanea, il debitore non è responsabile del ritardo nell’adempimento finché essa perdura. Tuttavia l’obbligazione si estingue se l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo della obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla. Naturalmente, come ha chiarito la Suprema Corte, la liberazione del debitore per sopravvenuta impossibilità della prestazione può verificarsi solo se ed in quanto concorrano l’elemento obiettivo della impossibilità di eseguire la prestazione medesima, in sé considerata, e quello soggettivo dell’assenza di colpa da parte del debitore riguardo alla determinazione dell’evento che ha reso impossibile la prestazione. Pertanto, nel caso in cui il debitore non abbia adempiuto la propria obbligazione nei termini contrattualmente stabiliti, egli non può invocare la predetta impossibilità con riferimento ad un ordine o divieto dell’autorità amministrativa (factum principis) sopravvenuto e che fosse ragionevolmente e facilmente prevedibile, secondo la comune diligenza, all’atto della assunzione dell’obbligazione, oppure rispetto al quale non abbia, sempre nei limiti segnati dal criterio della ordinaria diligenza, sperimentato tutte le possibilità che gli si offrivano per vincere o rimuovere la resistenza o il rifiuto della pubblica autorità (Cass. civ., III, 8 giugno 2018, 14915). Appare dunque evidente che se un contratto è stato stipulato in epoca antecedente ai provvedimenti governativi restrittivi delle libertà individuali dovuti al Covid-19 eventuali impossibilità di adempiere le prestazioni contrattuali potrebbero cadere nella previsione dell’articolo 1256 del codice civile. Ancora, sempre in materia di responsabilità contrattuale, la Corte di Cassazione ha sancito che, perché l’impossibilità della prestazione costituisca causa di esonero del debitore da responsabilità, deve essere offerta la prova della non imputabilità, anche remota, di tale evento impeditivo, non essendo rilevante, in mancanza, la configurabilità o meno del “factum principis” (Cass. civ., III, 25 maggio 2017, 13142). L’onere di allegazione probatoria pertanto non è sovvertito dall’impossibilità sopravvenuta della prestazione e questa va sempre e comunque provata.

3. ECCESSIVA ONEROSITÀ

L’impossibilità sopravvenuta va ben distinta dall’eccessiva onerosità sopravvenuta. Quest’ultima non impedisce la prestazione, ma la rende più “onerosa”, consentendo al debitore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione della prestazione. L’eccessiva onerosità sopravvenuta della prestazione, per poter determinare, ai sensi dell’art. 1467 c.c., la risoluzione del contratto richiede, tuttavia, due requisiti: (I) un intervenuto squilibrio tra le prestazioni, non previsto al momento della conclusione del contratto e (II) la riconducibilità della eccessiva onerosità ad “eventi straordinari ed imprevedibili”, che non rientrano nell’ambito della normale alea contrattuale. In particolare, il carattere della “straordinarietà” deve essere valutato in modo oggettivo, dovendosi qualificare in base alla frequenza dell’evento, alle dimensioni, all’intensità ecc.; l’“imprevedibilità” ha natura, invece, soggettiva, «facendo riferimento alla fenomenologia della conoscenza». Per configurare l’eccessiva onerosità sopravvenuta, dunque, è necessario che gli avvenimenti straordinari ed imprevedibili determinino un aggravio patrimoniale che alteri, sostanzialmente, l’originario rapporto di equivalenza, incidendo sul valore di una prestazione rispetto all’altra, ovvero facendo diminuire o cessare l’utilità della controprestazione.

È doveroso evidenziare, a tal proposito, che – come già detto –l’ordinamento italiano non conosce una definizione puntuale di “forza maggiore”. Secondo la dottrina e la giurisprudenza formatasi al riguardo, questa ricomprende, in sintesi, eventi naturali o umani (es. terremoti o guerre) che, per la loro imprevedibilità e straordinarietà, sono di fatto non contrastabili in quanto fuori dal controllo delle parti.

Va da sé, dunque, che la domanda di risoluzione di un contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta della prestazione deve essere corredata dalla rigorosa prova del fatto la cui sopravvenienza abbia «determinato una sostanziale alterazione delle condizioni del negozio originariamente convenuto tra le parti e della riconducibilità di tale alterazione a circostanze assolutamente imprevedibili».

4. CONCLUSIONI

Da quanto precede deriva che la sussistenza dell’impossibilità o dell’eccessiva onerosità della prestazione in relazione a cause di forza maggiore andrà verificata caso per caso analizzando altresì accuratamente le singole clausole contrattuali.

È opportuno segnalare alle imprese, che si trovassero in difficoltà nell’adempiere con regolarità e puntualità le proprie obbligazioni commerciali contrattuali, di comunicare tale circostanza alla controparte avendo cura di descrivere e documentare dettagliatamente le ragioni che determinano l’aggravamento o impossibilità nell’esecuzione della prestazione, anche al fine di dimostrare la buona fede contrattuale, con l’obiettivo di negoziare soluzioni alternative che prevedano di sottoscrivere eventuali accordi modificativi rispetto agli originari.

5. A MARGINE, ALCUNE CONSIDERAZIONI DI CARATTERE FISCALE

Proprio a proposito di eventuali accordi modificativi, qualora la fatturazione sia già avvenuta, in assenza di (integrale) pagamento, va ricordato che l’art. 26, secondo comma del d.p.r. 633/72 consente al cedente o prestatore di recuperare l’iva esposta nella fattura emessa e quindi versata all’Erario. Secondo la norma indicata, infatti, «se un’operazione per la quale sia stata emessa fattura, successivamente alla registrazione di cui agli articoli 23 e 24, viene meno in tutto o in parte, o se ne riduce l’ammontare imponibile, in conseguenza di dichiarazione di nullità, annullamento, revoca, risoluzione, rescissione e simili o per mancato pagamento in tutto o in parte a causa di procedure concorsuali o di procedure esecutive individuali rimaste infruttuose o a seguito di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo182-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, ovvero di un piano attestato ai sensi dell’articolo 67, terzo comma, lettera d), del medesimo regio decreto n. 267 del 1942, pubblicato nel registro delle imprese o in conseguenza dell’applicazione di abbuoni o sconti previsti contrattualmente, il cedente del bene o prestatore del servizio ha diritto di portare in detrazione ai sensi dell’articolo 19 l’imposta corrispondente alla variazione, registrandola a norma dell’articolo 25». La norma prosegue al comma successivo chiarendo – tra l’altro – che la disposizione «non può essere applicata dopo il decorso di un anno dall’effettuazione dell’operazione imponibile qualora gli eventi ivi indicati si verifichino in dipendenza di sopravvenuto accordo fra le parti».

Pertanto, il cedente o prestatore che abbia già fatturato l’operazione (in tutto o in parte), ma che si trovi a concordare la modifica o la risoluzione del contratto e quindi ad incassare un corrispettivo inferiore (o al limite nessun corrispettivo), ha un anno di tempo per emettere una nota di variazione (la c.d. “nota di credito”), ossia un documento che consente di recuperare l’imposta versata a seguito della fatturazione, ma non incassata dal cliente per via della modifica o risoluzione, annotando la variazione nel registro degli acquisti e così portando in detrazione l’imposta medesima, quindi recuperandola. Il meccanismo, com’è noto, tutela il principio fondamentale di neutralità dell’iva e quindi impone al cliente – soggetto iva – che riceve la nota di riversare l’iva (non assolta, ma) detratta.

Di recente la Corte di cassazione (Cass. Civ., V, 18 gennaio 2019, 1303) ha utilmente ricordato sul tema che l’applicabilità del menzionato art. 26 «presuppone: a) la realizzazione di un’operazione imponibile, per la quale sia stata emessa fattura, che sia vera e reale (Cass. n. 5979 del 14/3/2014 e n. 24231 del 18/11/2011); b) il sopravvenire di una causa di scioglimento del contratto (Cass. n. 15059 del 2/7/2014), non occorrendo uno specifico accertamento negoziale o giudiziale dell’intervenuta risoluzione; c) la sussistenza di un titolo idoneo a realizzare gli effetti solutori del precedente contratto, con il rispetto delle eventuali forme prescritte ad substantiam o ad probationem; d) l’identità delle parti dell’accordo risolutorio e del negozio oggetto di risoluzione consensuale; e) il regolare adempimento degli obblighi di registrazione previsti dal d.P.R. n. 633 del 1972; f) un lasso di tempo infrannuale, entro il quale deve verificarsi la vicenda risolutiva, qualora essa trovi titolo in un accordo di mutuo dissenso (Cass. n. 20445 del 6/10/2011; Cass. n. 13250 del 2015)».Segue un interessante precisazione della Corte: «dal tenore della norma si evince chiaramente che ciò che rileva non è la modalità con cui si manifesta la causa di variazione dell’imponibile iva, ma piuttosto il fatto che sia della variazione che della sua causa sia stata effettuata la dovuta registrazione» e pertanto «il contribuente è tenuto a fornire la prova della corrispondenza tra le due operazioni (originaria e sopravvenuta) mediante la specifica indicazione di quei dati che risultino idonee a collegarle, ossia dimostrando l’identità tra l’oggetto della fattura e della registrazione originarie e l’oggetto della registrazione della variazione, in modo da palesare inequivocabilmente la corrispondenza tra i due atti contabili (Cass. n. 9188 del 6/7/2001)». Sul contribuente grava quindi l’onere di una «documentata giustificazione» dell’emissione della nota di credito, altrimenti lo strumento potrebbe prestarsi ad un uso scorretto, al limite fraudolento.

Anche l’Agenzia delle entrate ha avuto modo di pronunciarsi più volte sul punto e in particolare con la recente risposta (ad istanza d’interpello) n. 387 del 2019 ha affrontato un caso di riduzione del prezzo convenuto per accordo tra le parti, come presupposto per l’emissione della nota di variazione. In quell’occasione l’Agenzia ha confermato che «in caso di accordo tra le parti, la variazione non può essere effettuata dopo un anno dal momento di effettuazione delle operazioni originarie»: in tal caso, per completezza, «la nota di accredito deve, quindi, essere emessa per il solo imponibile». In definitiva, dunque, qualora a causa delle misure restrittive imposte per far fronte all’emergenza sanitaria ancora in atto le parti di un contratto commerciale si trovino a stipulare accordi modificativi delle pattuizioni originarie, è proprio la previsione dell’art. 26 del d.P.R. 633/72 che consente al cedente dei beni o prestatore dei servizi dedotti nel contratto, alle condizioni ivi indicate e più sopra accennate, di recuperare l’iva in ipotesi già versata all’Erario a seguito dell’emissione della fattura originaria, ma non assolta mediante rivalsa dal cliente e quindi non incassata dal cedente/prestatore, per l’omesso integrale pagamento del corrispettivo.